
Tra le numerose meraviglie dell'Armenia, un sito montano nella provincia di Syunik si distingue per il suo mistero e il suo fascino, con il nome evocativo di Karahunj. Il nome stesso ha una curiosa risonanza, che riecheggia il celeberrimo Stonehenge. E le somiglianze tra i due non sono solo fonetiche. Come la sua celebre controparte britannica, Karahunj è un complesso preistorico di imponenti megaliti, il cui misterioso scopo rimane ancora oggi irrisolto.
Questo antico monumento è composto da diverse centinaia di pietre grezze erette, ciascuna poco più alta di una persona media. Gli esperti ne datano le origini al terzo millennio a.C., rendendolo uno dei monumenti più antichi ed enigmatici della regione.
In origine, questo luogo era conosciuto come Goshun Dash, che in turco significa "Pietre dell'Esercito". Col tempo, il nome si evolse nell'armeno "Zorats Karer", ovvero le "Pietre del Potere" o "Esercito di Pietra". Sebbene la lingua cambiasse, il significato rimase pressoché identico, conservando l'idea di forza, unione e presenza.
Col tempo, il nome Karahunj prese piede, derivando da un villaggio vicino. Con questo nuovo nome arrivarono nuove interpretazioni. Mentre "kar" significa ancora "pietra" in armeno, il suffisso "hunj" viene interpretato come "suono" o "voce". Per questo motivo, "Karahunj" divenne nota come "Pietre Parlanti". Un altro nome, "Karenish", si traduce più semplicemente in "Segno di Pietra".
L'esplorazione sistematica di Karahunj iniziò seriamente nei primi anni '1980. Nei tre decenni successivi, attirò ripetute visite da parte di studiosi e spedizioni di ricerca. Alcuni team portarono alla luce scoperte avvincenti; altri se ne andarono con più domande che risposte. Ogni indagine iniziò allo stesso modo: tentando di contare le pietre. Distribuiti su un sito delle dimensioni di circa 14 campi da calcio, i megaliti si estendono da sud a nord, rappresentando una sfida formidabile per la mappatura e la catalogazione.
Le pietre di andesite di Karahunj, ricoperte di muschio e licheni, creano un'impressione inquietante. Alte da 1.5 a 3 metri e pesanti fino a 10 tonnellate, le pietre si assottigliano leggermente in cima, ricordando degli obelischi. Nell'antico Egitto, queste forme simboleggiavano il sole e potevano essere modellate con gli strumenti più semplici. Queste pietre allungate e rozzamente scolpite risalenti al Neolitico sono note come menhir – letteralmente "pietre lunghe" – e la loro altezza supera di gran lunga la loro larghezza. In sostanza, un menhir non è altro che un obelisco dell'età della pietra.
Secondo una teoria, alcune di queste pietre solitarie potrebbero indicare i luoghi di sepoltura di guerrieri caduti. Per un certo periodo, l'intero complesso fu considerato un cimitero commemorativo fin dall'antichità.
Gradualmente, i ricercatori notarono che la disposizione delle pietre non era casuale. C'era un significato nella loro disposizione. File di megaliti convergevano in punti specifici, formando viali che conducevano a un punto centrale e circondavano un'elevazione in pietra, una sorta di tumulo che assomigliava a un tumulo. I tumuli, in molte culture antiche, erano associati a luoghi di sepoltura. Eppure questo non rientrava del tutto nello schema.
Da una certa angolazione, la pila apparentemente disordinata di lastre in cima al tumulo assumeva una forma straordinaria: un fiore che si apriva alla luce del sole.
Ciò che catturò l'immaginazione di ricercatori e profani, tuttavia, furono i curiosi fori: aperture perfettamente circolari praticate in alcune delle pietre. Questi megaliti "monocoli" scatenarono un acceso dibattito negli ambienti accademici. A cosa servivano questi fori e chi li aveva creati?
Una teoria prevalente ipotizza che queste aperture siano state scavate da mani antiche per infilare corde, forse rendendo più facile per animali o esseri umani trasportare le enormi pietre al loro posto. È una spiegazione insolita ma plausibile.
Eppure la storia di Karahunj non è finita. Il sito continua a suscitare meraviglia, a sollevare interrogativi e a riecheggiare di antiche voci trasportate dal vento. Che si tratti di un osservatorio celeste, di una necropoli sacra o di qualcosa di completamente diverso, Karahunj rimane uno degli enigmi più inquietanti e poetici dell'Armenia: le sue pietre parlanti sussurrano in eterno attraverso i millenni.
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